Un costume pericoloso

di Jacopo Belloni –

La leggerezza sa essere l’inganno di un pericolo.
Forse sarebbe meglio dire che un pericolo è ingannato, cioè diventa leggero, quando viene raccolto o, meglio, indossato. Ma che affinità c’è tra inganno e leggerezza? E in quali condizioni la manomissione di un pericolo lo rende così leggero da poterlo vestire? Ne l’Icaromenippo ovvero un viaggio tra le nuvole di Luciano di Samosata il protagonista, Menippo, si applicò un’ala d’ aquila sul braccio destro e una d’avvoltoio sul sinistro per poter esplorare l’universo. Come ogni viaggio cosmico che si rispetti, approdò sulla luna per riposarsi dai faticosi volteggi.
Lo spettacolo che si stagliò da lassù meravigliò tanto il viandante spaziale quanto può stupire il lettore odierno, se egli si sofferma un momento a pensare in quali tempi lontani il racconto risale (…) il nostro pianeta lo vedevo molto, molto piccolo, intendo dire molto più piccolo della luna: tanto è vero che mi sono chinato a guardare giù, ma, per un bel pezzo, non avrei potuto dire con sicurezza dove fossero le nostre montagne tanto eccelse e il nostro mare così immenso: e, se non fossi riuscito a distinguere il colosso di Rodi e la torre di Faro, la Terra, te l’assicuro, non l’avrei notata proprio.
Quale occhio potrebbe riuscire allora a notare i piccoli uomini che abitano la sua superficie? Quello dell’aquila, cara agli dei e regina di tutti gli animali per la sua potente vista che, leggenda vuole, gli permetterebbe addirittura di fissare il sole senza distogliere lo sguardo.
Menippo improvvisamente scoprì di acquisire la peculiare veduta del rapace agitandone l’ala, ma solo nell’occhio destro, mentre il sinistro, vicino all’appendice dell’avvoltoio, rimaneva limitato come quello umano. Anzi doveva restare chiuso, per non intralciare la regale vista.
Sotto di lui si stagliò immediatamente il mondo dell’uomo, con le sue città e tutti gli avvenimenti in corso, anche quelli privati, consumati nella semioscurità, intrisi di delitti miserevoli e disgrazie.
Nel racconto ritroviamo due tipi di inganni: il primo è dovuto alla costruzione di un marchingegno per riuscire a volare. Ogni artificio umano è pensato per ingannare – per plasmare – la natura, fonte del pericolo più immediato. Le ali ingannano la forza di gravità e permettono a Menippo di poter spiccare saltare nel vuoto senza precipitare.
Il secondo è più complesso: siamo di fronte ad un inganno che inganna un altro inganno. Cioè l’occhiolino.
L’intermittenza visiva che Menippo guadagna strizzando solamente uno dei due occhi permette di fare l’esperienza di due stati della Terra vista dalla luna: con l’occhio dell’aquila la vede come mappa – superficie misurabile, quindi artificiale, senza facce private allo sguardo – mentre con l’occhio dell’avvoltoio essa si presenta come sfera – corpo in relazione con uno spazio immenso che non permette di conoscere la sua superficie, troppo lontana e in parte celata.
Ma cos’è questo occhiolino? E dov’è il pericolo raccolto dalla leggerezza ? Qui si entra nel campo dell’ironia, l’arma più tagliente e leggera, molto più del volo stesso.
Tramite l’ andirivieni dell’occhiolino che svela le varie fasi della Terra, Menippo riconosce le loro intrinseche illusorietà e le mette a nudo comparandole. E’ con un semplice battito di ciglia di un occhio artificiale che si rivelano le possibilità del reale. Viene inaugurata una rischiosa attività che utilizza un inganno – un marchingegno – per rivelare le insidie del mondo, semplicemente mettendole in relazione l’una a l’altra.
L’ individuo ironico muove pesi ben più grandi di lui. Raccoglie con leggerezza – quindi accetta – il pericolo dell’inganno – che potrebbe ferire qualcuno o ritorcersi contro di lui, come un marchingegno impazzito, o come delle ali di cera che si sciolgono al sole – e lo rimette al mondo, osservando, ad intermittenza, un vicino e un lontano illusori.
Ma qual è la leggera leva che trattiene a sé tali insidie cucite assieme e le riconduce nel mondo ? E’ il racconto fantastico.
Ebbene, può sembrare paradossale ma è tramite il mito – una finzione – che l’individuo ironico rivela la realtà e la riporta ad altri che non erano testimoni.
Quale costume più leggero, eppure più pericoloso, permette movimenti così agili e dona forze tali da modificare pesi ben più grandi del narratore? Menippo racconta il suo stravagante viaggio a un suo amico che gli ha concesso attenzione. Gli stessi dei lo accolgono per ascoltare le meraviglie e le disgrazie che i suoi occhi hanno scrutato.
La leggerezza quindi non è la capacità che permette il volo, è quello sguardo che riesce a muoversi dentro gli intrecci del mondo e che li riavvolge, per cucire, con un veloce zigzag, un nuova nuova trama da indossare. Per questo si può definire l’individuo che fa uso d’ironia un “coraggioso”. Egli si sporge vertiginosamente dalla luna non verso un punto di fuga, ma sforzandosi di comprendere il mondo degli uomini, dove poi ritorna vestendo il pericoloso costume della finzione.
La leggerezza dello sguardo non vede l’universale, ma un insieme di singolarità in relazione che si illuminano a vicenda.