Quanto pesa una vita

di Emilia Saporita –

“Non conosci il peso delle responsabilità” diceva mia madre quasi accusandomi, quando, nei pomeriggi di sole, correvo nel campo di girasoli dietro casa, dimenticandomi completamente dei compiti.
Il mondo dei bambini è fatto di leggerezza: il vento nei capelli, le farfalle, le parole. Poi, a un certo punto, le parole avevano iniziato a farsi più pesanti, forse perché diventava urgente la necessità di trovare un significato, un senso, e cresceva il bisogno di cercare la sostanza nella forma delle cose.
Intanto le gambe si allungavano, il corpo cambiava nelle linee, e io avvertivo il peso della nuova esistenza come uno sforzo al di là delle mie possibilità. Volevo volare libera e inconsapevole, ma mi erano rimaste solo le ali di bambina, troppo piccole per riuscire a sostenere il carico di un corpo adulto.
Sentivo che dovevo ripulirmi da quella zavorra opprimente che mi impediva di spiccare il volo, e per farlo la materia tangibile e pesante non doveva entrare in me, ma anzi uscirne.
Vomitavo, e ogni volta che ci riuscivo ero soddisfatta di me perché mi liberavo, perché non avevo bisogno, perché tornavo bambina, inconsapevole, incolpevole.
Quanta soddisfazione nei passi che facevano sempre meno rumore, ero sicura che presto sarei riuscita a muovermi in assoluto silenzio (il silenzio, il vuoto) fino ad arrivare a non farmi percepire, addirittura a non percepirmi.
Ora sono in pace, finalmente.
Mi chiamo Vanessa, peso 29 chilogrammi e sono morta.