In gravità

di Nunzio Giustozzi –

Quando mi è stato chiesto di riflettere sul concetto di pesantezza mi è tornato in mente lo zelo del conservatore di un museo d’arte contemporanea costretto ogni sera a riporre in frigorifero un cespo di insalata verde, la medesima che il mattino seguente avrebbe sapientemente legato con una pietra al cippo di granito nero in un’opera senza titolo di Giovanni Anselmo perché restasse sospesa solo fino a quando le foglie non fossero appassite e il sasso di conseguenza caduto. Il mutamento organico, quasi energetico, che provoca una tensione fisica, prima che concettuale, il naturale processo di consumazione sono stati gli intendimenti dell’autore, uno dei maggiori esponenti dell’Arte Povera a Torino.
In questa ricerca si cimenta anche Ciro Maddaluno durante tutta la sua carriera di impeccabile coerenza intellettuale, ridefinendo il valore del linguaggio dell’arte, partendo dai suoi fondamenti. Le rappresentazioni diventano così sculture essenziali, sovente realizzate con materiali di produzione industriale, spesso modulare in forme elementari, minimali: perché l’imperativo categorico è ritornare al “grado zero” dell’arte, realizzando strutture prive di connotazioni, condividendo la convinzione che il prodotto dell’arte è fisica concretezza per fare dell’opera e del giudizio una cosa sola.
Una produzione rilevante è quella in cui Maddaluno non finge una rappresentazione immobile della natura ma la presentazione diretta delle forze che la animano, forze invisibili che sono immanenti ai materiali stessi. Partendo dall’assunto che ogni corpo è soggetto all’energia del campo magnetico, elettrico, gravitazionale, egli concepisce l’opera d’arte come partecipe di una certa situazione contingente e transeunte, di cui rende palesi i principi costitutivi.
Si vuole, misurando il luogo del progetto, definendo un confine-limite con l’osservatore, individuando punti fermi nello spazio, pesi e misure ricercare l’attimo eterno della percezione della forma e al contempo forse anche un momento estemporaneo nella continua trasformazione delle cose, nella teoria del tutto. In tal senso l’artista diventa di fatto un “provocatore di fenomeni”, un agente in grado di eccitare la materia − imponendo un proprio ordine? ‒ ma sicuramente svelando le forze presenti nel sistema naturale. Grandi blocchi di granito orientati, chiodi, funi distribuiti metricamente e in numeri calcolati costruiscono effetti di apparente stabilità. Ma l’energia risulta bloccata in un equilibrio precario. Si avverte una tensione destinata a mutare col flusso della vita? La massima rimane salomonica: “secondo misura, numero e peso (ordo, pondo et mensura)”.