Ho bisogno di te

di Adolfo Leoni –

Una volta l’anno. Solo una. Nello stesso luogo.
Anche stavolta, nonostante l’età, le quattro ore di salita e l’impaccio del nuovo abito. Un occhio al Gran Gendarme e s’accovaccia sul bordo del Lago di Pilato. Intorno, spruzzi di neve. Guarda gli Occhi del serpente e l’abisso gli viene incontro.
Era scappato in Africa dopo la scelta “sbagliata”. I nemici di prima e quelli di dopo – gli stessi – gliel’avevano giurata. E, allora, Congo, mercenario, stragi, saccheggi, stupri. Il suo corpo non aveva più anima, né pietà la sua ragione. Dissolti i sentimenti. Inferno dentro e fuori. Quindici anni per dimenticarsi e farsi dimenticare. Un pugno di diamanti la liquidazione. E mani lorde di sangue. Servirono l’uno e le altre. Per corrompere, arricchirsi, sbranare.
Si chiamava Rita… Gli disse che era incinta. “Buttalo nel water”, fu la risposta seccata. Sparì dopo l’aborto.
Vide Riccardo sotto i portici. Il fisico era suo, ma non lo sguardo. Inconsueto il sorriso. Pieno di pace… lui, il compagno-camerata che se n’infishiava di tutto.
S’abbracciarono, e nel tremito passò una vita. Tre figli, una moglie… lui, il più dissoluto della compagnia.
Quel volto lo morse per l’intera notte. Il brandello di cuore ancor più pesante di sempre.
All’alba, scese in garage. La luger era ben oliata. L’appoggiò alla tempia. Un niente.
Invece, un rintocco di campana, una “voce” di speranza.
L’abito bianco dei cisterciensi s’è bagnato sull’orlo. Il vecchio monaco si alza. L’abisso è solo un vecchio fotogramma.
C’è una giaculatoria che ripete spesso: Libera nos ad malo.