Che mi sento libero

di Paola Felicetti e Andrea Braconi – foto: Marilena Imbrescia –

Eccomi qui, in continua trasformazione. Da mucchietto di cellule, ora sono mani, piedi, gambe, braccia, pancia, testa. E cuore.
Immerso in un mondo liquido ho imparato subito a nuotare. Comincio a sentire suoni, a vedere i cambiamenti di luce e mi sento leggero.
Eccomi qui, in continua trasformazione. Ora quei suoni ovattati sono diventati impetuosi e quelle luci hanno assunto forme ben distinte che mi abbracciano, mi nutrono e mi solleticano. Non sono più in acqua ma all’asciutto. E mi sento, comunque, leggero.
Eccomi qui, in continua trasformazione. Se prima mi sostenevano le braccia di qualcuno, ora sono le mie gambe a farlo. Ciò che mi sembrava enorme ed inaccessibile ora è della mia altezza e so che, con calma, ogni cosa diventerà sempre più piccola. Ho abbandonato il pianto per esprimere i miei desideri perché ora posso dire che ho fame, che ho sete, che sento freddo o caldo, che voglio giocare, che ho sonno, che sono contento e quindi mi sento leggero.
Chi mi è accanto pensa quanto sia faticoso per me imparare a camminare, parlare, giocare, correre, saltare, leggere, scrivere, comunicare, vivere. Magari anche stringere un palloncino rosso. Proprio nessuno riesce a pensare a quanto sia divertente? A quanto sia gratificante? Mettere in fila un passo dopo l’altro, gattonare sopra una tavola in pendenza, entrare ed uscire da un tubo di stoffa, infilare lo stecchino in una cannuccia, riconoscere gli animali impressi sulle carte, cantare a squarciagola, ascoltare e ricordare le storie, salire su un cavallo, mangiare da solo, spogliarsi da solo, tentare di vestirsi. E poi tenersi sul water, andare alla lezione di yoga, viaggiare, entrare a scuola, disegnare forme stravaganti che hanno un senso, giocare con qualsiasi palla, riuscire a fare canestro, vedere persino un incontro di calcio in tv disteso sul divano, far finta di telefonare e amare, amare, amare follemente questa vita.
Chiedo sempre a mia madre, mio padre e a mio fratello se sono felici o contenti, perché per me non ci sono alternative al sorriso. E, dunque, mi sento leggero.
Continuerà, nel tempo, questa mia trasformazione. Continuerà tra pareti diverse, accanto a voci diverse. E mi ritroverò in dimensioni più ampie, magari scegliendo di cambiare il ritmo dei miei passi: a volte più soffice, altre più sostenuto. Ma di camminare no, non riuscirò a fare a meno. Chissà se un giorno, poi, sarò io a regalare quel palloncino rosso ad altre mani. Diverse. Buffe. E libere, come le mie.